Strade di paese: tra spazio pubblico e privato

La prima anthropotale di questo blog è dedicata alla relazione reciproca tra l’uomo e l’ambiente in cui vive, dove ciò che ci circonda non è visto semplicemente come qualcosa di statico e funzionale, ma come elementi dinamici di produzione sociale e culturale. Quando parlo di ambiente, mi riferisco sia a contesti naturali che quelli antropizzati.

Il mio intento, in questo post e altri che seguiranno, è quello di riflettere in maniera più profonda sulle eventuali connessioni tra socialità, cultura, ideologie, abitudini e le costruzioni che ci circondano.

Questo post parte dalla seguente considerazione: credo che il modo in cui le costruzioni (edifici) dei paesi più piccoli siano architettonicamente sviluppate in direzione orizzontale (a differenza delle città maggiori che crescono in altezza e sfruttano la superficie che ci sovrasta per adibirla a ufficio o abitazione) influisca e contribuisca a creare una serie di abitudini che entrano a far parte quasi inconsapevolmente della nostra cultura e della nostra vita ordinaria.

I seguenti esempi (che hanno, chi più chi meno, caratteristiche sociali/culturali), presi dalla mia esperienza personale, dovrebbero rendere l’idea di come certe abitudini siano possibili solo in luoghi con determinate configurazioni:

1. Stendere il bucato per strada o su corde collegate tra i palazzi vicini.

Panni stesi tra i palazzi (Monte Sant’Angelo, FG)

2. Passare le sere d’estate seduti fuori casa (valido principalmente per case ai piani terreni con facile accesso alla strada) svolgendo svariate attività: osservare i passanti o le macchine, giocare a carte, cucire o pulire verdure, ecc.

3. Per gli adolescenti, passare una serata seduti sugli scalini di un portone, ad esempio tra una chiacchiera, un pezzo di pizza e una sigaretta

4. Arrostire in strada, davanti casa

5. Sedersi sul balcone ai piani più bassi per osservare cosa succede giù in strada o per osservare il paesaggio.

6. Fare la salsa di pomodoro nei garage durante i mesi estivi! Tradizione ormai rara nelle regioni italiane meridionali, questa attività rappresenta/va un momento di condivisione e riunione per le famiglie

7. Andare a spasso con un cavallo (sì, incrociato di recente nella mia città)

8. La vendita ambulante di uova con annesso l’altoparlante in giro per il paese

Questi piccoli aspetti, che diamo spesso per scontato, provocano in me il desiderio di osservare e ammirare una socialità che nelle grandi città è raro che esista: sentire il vocìo delle famiglie che in estate lasciano la porta di casa semi aperta, con le luci della cucina accese e le tende che ti permettono di intravedere gli interni (spero non mi stiate immaginando a spiare cosa succede nelle case delle persone :D), passeggiare e ascoltare le voci dei nostri conduttori televisivi più amati provenienti dalla tv o sentire l’odore di cibo in pentola provenienti dalle case.

LA STRADA COME LUOGO DI PRODUZIONE CULTURALE E SOCIALE

In questi contesti, la strada diventa un prolungamento della nostra abitazione, a volte anche troppo, come succede spesso a San Severo, il mio paese d’origine, dove potenziali parcheggi per automobili sono riservati con prepotenza posizionando semplicemente una sedia sul posto del parcheggio, che dovrebbe far capire che, anche se non è presente nessuna macchina, “questo posto è già preso”. La strada non è solo luogo di passaggio per automobili o pedoni, luogo temporaneo, ma anche luogo di produzione attiva, di scambi, negoziazioni, costruzioni di identità e cultura, e spesso luogo dove affermare un potere individuale, o collettivo.

Una delle mie stradine preferite (San Severo)

L’immagine riportata sopra è per me pura cultura materiale. Ogni oggetto e aspetto racchiude un significato sociale: la bicicletta abbandonata a terra, le sedie, i panni stesi, l’idea di come sia possibile “impossessarsi di una strada” e non avere quindi paura che le tue cose vengano rubate. Questa strada ha una sua identità in base alle persone che qui vivono ma anche in base al contesto sociale in cui è inserita e che gli permette di assumere questa identità. In più, tutto ciò non sarebbe possibile se l’accesso da casa propria alla strada non fosse così immediato e ravvicinato.

LUOGHI VS NON-LUOGHI – MARC AUGÈ

L’antropologo francese Marc Augè coniò il concetto di non-luoghi per indicare quei posti (aeroporti, stazioni, hotel, centri commerciali, supermarket, autogrill) dove la permanenza è passeggera e le relazioni sociali, se presenti, sono precarie. Essi si oppongono ai luoghi, che Augè definisce come “un luogo attraverso il quale è possibile leggere delle relazioni sociali”. Seguendo questa teoria, i piccoli centri urbani, i borghi, i villaggi (o i centri storici di città più grandi) possono rappresentare l’emblema dei luoghi, mentre le strade delle metropoli si avvicinano invece ai non-luoghi.

I BALCONI

Antonio de la Calancha, antropologo boliviano, e Juan Meléndez, un prete dominicano, furono impegnati in ricerche sui nativi del sud America durante la prima metà del XVII secolo, e, ispirati dal patrimonio architettonico della città di Lima, definirono i suoi balconi come “strade del cielo” (fonte https://www.schiavispa.it/blog/design/balconi-legno-lima-peru-un-trionfo-storia-cultura/ ). In questo articolo i balconi sono identificati come ponti tra pubblico e privato, e in alcuni casi, come punti di osservazione privilegiati e aventi funzioni sociali. Per alcuni, soprattutto i più anziani, il balcone è un osservatorio dove soddisfare la propria curiosità su cosa succede in strada e, perché no, per avere qualche forma di controllo. Nati per esigenze estetiche e utilità pratiche, la presenza frequente (quasi fondamentale) di balconi in Italia fa parte anche di uno stile di vita permesso da un clima temperato.

IDENTITÀ COLLETTIVA

Panni lasciati ad asciugare sullo stendibiancheria durante la notte (Apricena, FG)

Possiamo quindi dire che questa orizzontalità fa sì che le strade dei piccoli centri si collochino tra spazi pubblici e spazi privati, permettendo poi la presenza di una maggiore identità collettiva: si pensi ai bambini che giocano a pallone nelle strade, le bancarelle di verdura e frutta casuali, gli anziani seduti fuori casa e i famosi panni stesi davanti casa. I parchi e le piazze delle grandi città invece sono spazi “ufficialmente” adibiti per il pubblico, dove non è possibile fare nulla di più privato, come prendere una sedia e sedersi fuori casa.

La mia passione per i paesaggi dei piccoli paesi nasce proprio da queste riflessioni: essi sono paesaggi umani, dinamici, identitari, finestre sugli aspetti infiniti delle nostre vite, ma soprattutto, a differenza dei non-luoghi, mi trasmettono un senso di appartenenza, di durevolezza e profondità.

Bibliografia:

Augè, M. (1992). Nonluoghi. Introduzione a una antropologia della surmodernità.

Buchli, V. (2013). An Anthropology of Architecture

Ritengo opportuno sottolineare che, come per tutti i post che verranno, queste osservazioni non sono nate da studi e ricerche, ma da un desiderio e curiosità personale di approfondire un argomento.

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