Percezione indotta dello spazio: natura artificiale.

La nostra percezione di un paesaggio è decisamente influenzata culturalmente e socialmente: dietro ai significati che attribuiamo a ciò che ci circonda, dietro ai modi in cui costruiamo e ci muoviamo nello spazio, ci sono degli schemi a cui ci adattiamo nel corso della vita.

Nel contesto del rapporto uomo-ambiente c’è l’eterna domanda di cosa ha dato vita a cosa: è il nostro essere sociali che dà vita a determinati fenomeni (in questo caso materiali), o sono questi a influenzare i nostri modi di vivere? Un’interessante contributo viene da Marx, il quale affermava che la nostra coscienza è determinata dalla produzione materiale, dalla realtà:

“Cioè non si parte da ciò che gli uomini dicono, si immaginano, si rappresentano, né da ciò che si dice, si pensa, si immagina, si rappresenta che siano, per arrivare da qui agli uomini vivi; ma si parte dagli uomini realmente operanti e sulla base del processo reale della loro vita si spiega anche lo sviluppo dei riflessi e degli echi ideologici di questo processo di vita. […] ma gli uomini che sviluppano la loro produzione materiale e le loro relazioni materiali trasformano, insieme con questa loro realtà, anche il loro pensiero e i prodotti del loro pensiero. Non è la coscienza che determina la vita, ma la vita che determina la coscienza”.

Ci sono pochi studi in antropologia che riflettono su come l’ambiente influenzi i nostri comportamenti e le nostre percezioni: l’antropologo Alfred Gell (1995), per esempio, osservò come l’ambiente di foresta fitto e denso in cui vivono gli Umeda della Papua Nuova Guinea, li abbia spinti a sviluppare forme di orientamento in gran parte basate sui suoni (piuttosto che sul senso della vista, come siamo abituati noi occidentali) e un vocabolario geografico costituito da frequenti onomatopee: ad esempio sis è il termine utilizzato per indicare le montagne, perché i suoni di questa parola rimandano alle caratteristiche della montagna come pericolo, forza, intensità. Per questo Gell chiama questo tipo di culture “culture uditive”.

Noi occidentali invece siamo più abituati a orientarci con mappe (virtuali ormai) e rappresentazioni visive dello spazio in cui ci muoviamo. Il senso della vista è il metodo primario con cui ci muoviamo fisicamente e cognitivamente nello spazio.

Central Park, New York: progettare uno spazio per suscitare percezioni

L’antropologa Nancy Munn, in uno studio purtroppo non pubblicato a cui non sono riuscita ad accedere, analizzò la progettazione di Central Park, a New York, (realizzata da Olmsted e Vaux e completata nei primi anni 70) osservando come esso fu ideato tenendo a mente le percezioni dei suoi futuri visitatori. Olmsted affermò come la maggior parte delle persone sia ignorante riguardo l’uso sociale di un parco; la loro intenzione era infatti quella di offrire delle linee guida, con l’intento di ‘formare’ le persone nell’utilizzo appropriato di un parco.

Central Park, New York

In questo senso, è interessante notare come la progettazione di alcuni spazi pubblici o di edifici è fatta consapevolmente per poter provocare un determinato effetto nell’osservatore. La percezione di uno spazio è, seguendo questo esempio, indotta e “insegnata” all’osservatore. Weszkalnys (2010), riferendosi allo studio di Munn, parla di come il parco sia stato pensato nelle sue forme per ottenere una certa emozione nell’osservatore che si trova in un determinato punto del posto. L’antropologa afferma che gli osservatori non dovevano semplicemente imbattersi in uno spazio naturale protetto dalle delle costruzioni urbane: il campo spaziotemporale di un osservatore ideale è stato mobilitato per poter creare viste sceniche. Gli architetti organizzarono il paesaggio in modo che, da un determinato punto di osservazione, il sentimento desiderato sarebbe stato ottenuto. Detto questo, quando pensiamo ai paesaggi, vi sarebbe mai venuto in mente che qualcuno, una o più persone, aveva già deciso a priori come vi saresti probabilmente sentiti nell’atto di ammirare quel paesaggio?

L’ideazione di Central Park faceva leva sul potere di conferire una percezione poetica e che avesse un’influenza positiva sullo stato mentale dei visitatori nel contesto della loro vita in una grande metropoli (Weszkalnys, 2010). Si pensi poi ai palazzi e grattacieli delle grandi città: specchi, vetri vogliono trasmettere innanzitutto un’idea di segretezza (con gli specchi non sai cosa succede dentro), di onnipresenza.

Millingerwaard, Olanda: Natura artificiale

L’antropologo olandese Onneweer invece osservò la ricostruzione artificiale della natura come parte del movimento olandese “New Nature” [Nuova natura], una serie di progetti di gestione e riqualificazione di aree rurali antropizzate con lo scopo di riportarle al loro stato “naturale”, autentico e innocente, ossia immune dall’impronta umana. Anche qui, ciò che si vuole far sembrare come lasciato al caso e alla natura è invece frutto di interventi che nascondono interessi di natura economica e a volte anche politica. La nuova natura non è affatto il risultato di un processo naturale. Per quanti benefici questi progetti abbiano portato dal punto di vista ecologico, sociale ed economico, il progetto ha anche visto molti agricoltori del posto cambiare la propria vita.

Il turismo oggi è molto basato sul rincorrere e comprare l’esperienza di questo ideale, ma esplorerò il rapporto umano con l’ambiente “naturale” in un articolo successivo.

Il parco naturale Millingerwaard

A questo proposito ripropongo anche un piccolo episodio avvenuto nel contesto della mia vita sanseverese. Tornavo a casa verso mezzanotte circa, e notai come i manifesti di un candidato sindaco invadessero ancora le vetrine di uffici nonostante le elezioni fossero avvenute circa 15 giorni fa. E pensavo…la vista di quelle vetrine ha influenzato il mio pensiero anche solo in minima parte? Certo, anche se solo temporaneamente. È da definirsi ‘influencer’ solo una persona che lavora nel mondo dei social media, o anche l’ambiente fisico che ci circonda, e soprattutto quanto ne siamo inconsapevoli? Così come certi paesaggi hanno un’influenza positiva su di noi, sicuramente esiste anche l’opposto.

In conclusione, in questo post ho voluto riflettere sul potere esercitato su di noi, inconsapevolmente, dallo spazio che ci circonda, sulla nostra mentalità, le nostre scelte e ideologie. Siamo consapevoli, la maggior parte delle volte, di essere il target di influencers da molti decenni, solo che ora non si ha più vergogna di chiamarli come tali: le nostre percezioni sono influenzate nella moda, cibi, arredamento, stili di vita, ecc., ma mai ci verrebbe in mente che dietro la progettazione di uno spazio (e soprattutto quelli più naturali) c’è una volontà esplicita di scatenare in noi una determinata sensazione. Un po’ mi sento violata.

Bibliografia:

Myers, F. (2000). Ways of Placemaking. In Flint, K., Morphy, H. (Eds.), Culture, landscape and the environment: The Linacre lectures 1997 (pp. 72-110). Oxford: Oxford University Press.

Weszkalnys, G. (2010) Berlin, Alexanderplatz: Transforming Place in a Unified Germany. Berghahn Books

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