Londra-San Severo sola andata: elaborare la “tornanza”

Si parla molto, ormai da qualche decennio, della continua ondata di cervelli in fuga (in inglese brain drain o human capital flight) e di come il nostro paese non sia in grado di offrire alle sue giovani generazioni le occasioni professionali che permettano loro di sentirsi parte di progetti importanti, o semplicemente di fare il lavoro che uno desidera con il pieno rispetto dei propri diritti. Ma ultimamente, soprattutto al Sud, tentiamo di tamponare la nostra delusione diffondendo, quando presenti, le storie di chi è tornato o di chi ha deciso di restare. Questa tale non è concentrata sulla mia storia di andata e di ritorno, ma è un tentativo di spiegare quello che ho sentito prima e durante questo processo di “tornanza” (il termine non è il mio), sia come risposta a chi non si capacita di questa scelta apparentemente senza senso, che come elaborazione personale.

Per tutti quelli che non mi conoscono, prima di continuare con la lettura di questo articolo, vi chiedo di dare un’occhiata veloce alla mia pagina di presentazione, tanto per poter contestualizzare questo articolo e dargli un senso.

Io non sono mai fuggita dall’Italia, o forse sì? È probabile che un leggero narcisismo covert, attualmente in fase di sconfitta, mi avesse fatto pensare di essere migliore di altre persone. In più, sentire il tempo che passa mi ha illuminato sulla possibilità che potessi anche fregarmene di cosa pensassero gli altri nel momento in cui non facevo scelte cool e invidiabili. Andare in Inghilterra, raccontare di essere stata lì è cool. Dire che da Londra sono tornata a San Severo e restare in Puglia lo è di meno. Il motivo per il quale decisi di andare in Inghilterra nel 2010 era perché volevo imparare l’inglese per poi fare domanda per un Master in Italia (al quale non mi iscrissi mai). Mi sentivo davvero coraggiosa, senza le paure e le ansie di fare scelte sbagliate e irrimediabili. In realtà, credo di essermi sentita così. Visto che ci sono riuscita, sicuramente mi sarò sentita anche così.

Dall’Inghilterra all’Italia

Il momento in cui raggiunsi la piena consapevolezza di essere in Inghilterra era preciso e lo ricordo abbastanza bene: ero in macchina, con il mio amico Nando e il suo amico Craig, originario di Leeds, città dove cominciai la mia avventura inglese. Craig venne a prenderci in stazione con la sua macchina per portarci nella casa che Nando riuscì a trovare per entrambi dall’Italia. Una volta partiti, li sentii chiacchierare in inglese, non si vedevano da un po’ e avevano sicuramente tante cose da dirsi. Ovviamente non ci capivo niente. Ahh quante serate di mal di testa che passai durante i primi mesi! È davvero uno sforzo enorme cercare di capire cosa una persona stia dicendo in una lingua che non padroneggi, senza i sottotitoli. Non so cosa faceva da sottofondo a cosa, se le loro conversazioni o il panorama che mi si presentava dal finestrino della macchina: le semi-detached houses con i mattoni rossi, file di caminetti, cattedrali gotiche, catene di negozi mai viste, pochi grattacieli e un’atmosfera da classe operaia.

Leeds, U.K.

È stata un’esperienza surreale. Mi sono sentita invincibile! Passai a Leeds circa un anno, e fu uno degli anni più belli della mia vita: tutto era nuovo, avevo 24 anni e tutto il tempo del mondo davanti a me. Poi gli anni diventarono sette, di cui cinque a Londra. E col tempo, crebbe la voglia di costruire un equilibrio materiale ed emotivo sul quale fondare tutta la mia vita. Avevo sempre saputo di non voler vivere a vita in Inghilterra. Durante i primi anni non mi interessava cosa sarebbe venuto dopo, cosa avrei ritrovato nelle mie mani dopo queste esperienze. Poi impari ad apprezzare il piacere e la necessità di conoscerti meglio ed accettarti, anche se all’inizio può far male. Non avevo più voglia di cambiare casa, di buttare via oggetti perchè nel van dei traslochi non ci sarebbero entrati, non volevo più vendere cose che avrei potuto ricomprare. Non me le avevano regalate, le avevo comprate lavorando. I miei libri! Quanto avrei voluto portarli tutti con me in ogni trasloco, in ognuna delle cinque case che cambiai a Londra. Ma metà del mio cuore doveva sempre rimanere in un posto lontano da me. Sogno ancora il giorno in cui potrò vederli tutti insieme, senza la paura di separarli e separarmici ancora una volta. Non volevo più considerare una casa e una città come posti temporanei.

Voglie da San Severo

Le voglie insoddisfatte che accumulavo sembrano essere banali, e soddisfabili in qualsiasi posto del mondo. Ma io le volevo in Italia, e di San Severo volevo godermi ogni sua piccola particolarità: chiamare un’amica per un caffè anche cinque minuti prima, senza il bisogno di organizzarsi con una settimana di anticipo. Volevo dedicarmi alle commissioni senza sprecare la metà del tempo su mezzi pubblici. Avevo voglia di passare il mio tempo con persone che mi conoscono da molti anni, o da sempre, ma anche di conoscere gente in un posto dove mi sentivo a casa. Mi mancava uscire con i miei amici anche quando ero giù di morale o più introversa del solito: nessuno avrebbe notato che ero silenziosa, o forse lo avrebbero accettato come normale, ma allo stesso tempo non mi sarei mai sentita sola. Volevo incontrare gente che conoscevo per strada e fermarmi per una chiacchiera. Avevo voglia di fare cose diverse la domenica e avere accanto persone che avessero voluto farle con me. Avevo voglia di fare un pic-nic al lago la domenica o gite guidate alla scoperta delle bellezze della provincia, del Gargano, dei sapori e dei palazzi storici della mia città. Avevo voglia di passeggiare e regalare un piacere alla mia vista. Avevo voglia di vedere palazzi che mi permettessero di vedere anche il cielo senza alzare troppo il capo. Avevo voglia di un cielo per la maggior parte del tempo sgombro da nuvole. Avevo voglia di conoscere persone che hanno scelto di stare qui e ce l’hanno fatta, volevo assistere alla loro storia e sapere come si sentono. Avevo voglia di balconi, terrazze, e della necessità di indossare gli occhiali da sole, avevo voglia di maniche corte, di scarpe aperte d’estate, di osservare persone con vestitini non solo il sabato sera, ma anche di giorno perché fa caldo. Avevo voglia di vedere sempre le stesse facce e saper stare insieme in silenzio. Avevo voglia di camminare, di fare lunghe camminate per raggiungere qualsiasi posto di San Severo e guardare meno autobus, macchine e stradoni, ma più stradine, persone, suoni familiari, case abbandonate, posti che conoscevo e a cui sentivo di avere il diritto di appartenere. Volevo farmi due risate nell’ascoltare le small talk delle anziane di San Severo, invece che quelle inglesi da ufficio: “Soccooooo’! ‘Ndo sta?? Iann qua!” grida l’amica dal camerino del negozio per chiedere un parere sull’abito fresco per andare a fare la spesa al mercato. O il ritrovarsi imbottigliati nel traffico dietro chi ha deciso di farsi una passeggiata in macchina, con il braccio appeso al finestrino, il passeggino alla festa del soccorso, le chiacchiere, i gossip e le lamentele sulle condizioni stradali di San Severo, la sporcizia, i rifiuti, la criminalità, l’ignoranza, i giovani che non vogliono lavorare o quelli che vanno via.

Piazza Municipio, San Severo. È bella anche con il cielo grigio

Quello che volevo era sentirmi per una volta comoda. Ormai si inneggia ad una mentalità di crescita raggiungibile solo buttandosi in situazioni nuove ed estranee. Ma quando presi questa scelta, venivo da anni di discomfort. Un discomfort freddo e furbo, quasi imposto come regola per poter progredire, quello di chi si guarda sempre le spalle, di chi sa sfruttare ogni occasione senza timidezza. Io ci ho provato e devo dire che mi ha portato grandi risultati. Ma per una volta, ero stanca di uscire dalla mia comfort zone.

Dicono che casa è dentro di te, ma io avevo bisogno fosse anche fuori di me. Materialmente, Londra non mi faceva mancare niente. Ma io sentivo il bisogno di esprimere e vivere il mio essere Pugliese e di tentare per una volta di fare scelte che spesso vengono viste come tabù.

Qualche mese fa mi è capitato di dover tentare di spiegare a una persona che non conoscevo bene le motivazioni dietro la mia decisione di tornare in Italia. Nel giro di pochi minuti, quasi senza accorgermene, mi sono sentita costretta a spiegare le mie motivazioni in una maniera che non mi è piaciuta. Dopo vari tentativi tra frasi come “Non immaginavo me stessa vivere in Inghilterra per sempre”, “Mi piace lo stile di vita italiano”, “Ho bisogno di paesaggi naturali”, “La vita lì era troppo caotica per me”, sentivo che il mio interlocutore ancora non riusciva ad afferrare quello che sentivo. A quel punto gli dissi semplicemente “In Inghilterra mi sentivo sola”. Perché cavolo ho detto una cosa del genere a un estraneo? E poi, non era davvero questa la motivazione. O almeno non era spiegata bene: sì mi sentivo sola, ma in un paese a me estraneo. Inevitabilmente tutti ci sentiamo soli, ma riusciamo sempre a trovare qualcosa di nostro, di familiare che ci conforti. Io non ci riuscivo lì. Aprirmi così tanto con un estraneo mi sembrava l’unico modo per svegliare la sua sensibilità. Gli dissi che avevo la sensazione che nella mia vita a Londra i rapporti fossero tutti temporanei. La risposta che non volevo ricevere invece arrivò: “Ma perché? Lì ci sono tante persone”.

Introversione, ipersensibilità e grandi città
Sono sicura che l’introversione (da non confondere con la timidezza) ha avuto il suo ruolo importante. E’ stancante imparare a gestirla per adattarsi in un ambiente dove l’estroverso procede più velocemente e con una maggiore leggerezza, e ancor di più imparare ad essere più estroversi per inserirsi socialmente e professionalmente. Una cosa che sopportavo con fatica, per esempio, era partecipare ad eventi di lavoro, dopo aver finito di lavorare (-.-‘). In molti casi si trattava di intrattenere con il team un centinaio di studenti, farsi conoscere, ricordare i loro nomi, da dove vengono, cosa vogliono fare nella loro vita. In effetti, ultimamente sono giunta alla conclusione che l’inclinazione introversa/estroversa debba essere considerata seriamente in relazione alla città dove si decide di vivere. Uno dei primi libri dedicati agli introversi (Quiet di Susan Cain) mi ha aiutato a raggiungere una maggiore consapevolezza e mi ha fatto capire che aspetti come una maggiore reattività (e minore tollerabilità) a certi stimoli sensoriali, maggiore stress nel multitasking e nel seguire una tabella di marcia precisa (se a Londra perdi il bus delle 17:45 e prendi quello delle 18:00, ci metterai mezz’ora in più per tornare a casa, quindi devi assicurarti di uscire alle 17:35 da lavoro e non un minuto di più) sono sfide reali per gli introversi (ancor di più per me che mi lagno da quando sono nata): mentre l’estroverso trae vantaggio da un numero più alto di stimoli, l’introverso invece “funziona” meglio quando ne riceve pochi. Si parla di stress sociale (in questo articolo in inglese) causato dalla mancanza di legami sociali e coesione nel vicinato, e di maggiore rischio di ansia cronica. No thank you, la mia ansia di base mi basta già! Tutto questo per dire che se qualcuno dovesse rispecchiarsi in questi “sintomi” non deve sentirsi pazzo o sbagliato.

Lo so, la “tornanza” è anche pericolosa. Molti mi dissero di stare in guardia perché San Severo ti ingabbia. Che poi io ho pensato: se molti sono tentati a rimanere, allora qualcosa di buono deve averla. Sarà la comodità di trovare il piatto pronto e i vestiti puliti? Eppure di facce infelici ne vedevo di più a Londra, che a San Severo (si lo so che a Londra ci sono più persone!). Ma dopo aver riconosciuto tutti i pregi e le unicità del nostro paesello, ho dovuto riconoscerlo. La gabbia c’è, ma bisogna saper aggirarla: San Severo ti ingabbia perché, anche con le sue bellezze e comodità, rischia di farti dimenticare del resto del mondo. Ti fa dimenticare di tutto quello che di coraggioso hai fatto in passato. Ti fa dimenticare che vuoi crescere e conoscere persone con storie diverse, che vuoi sentirti parte del mondo anche tu e non solo parte di una bellissima regione italiana. Una mentalità non disposta alla crescita e al confronto ti tenta perché è facile, non richiede molti sforzi. Se non hai mezzi per uscire dalla gabbia con frequenza e qualità, rischi di rimanerci dentro a vita.

Sa. Fi. Ter. Il festival internazionale del cortometraggio a San Severo

Ogni volta che un’estrema sensibilità o un’inquietudine ormonale mi assalgono, io so che ho un posto familiare su cui contare: passeggiare per via Soccorso ha l’incredibile effetto di guarirmi e farmi ritrovare la pace. Per non parlare di quando puoi sederti di fronte al mare, un mare che senti di avere il diritto di vivere. L’identità è anche cultura. Io, che ho studiato antropologia, ci ho messo un po’ a realizzarlo. Ancora una volta, la mia identità personale ha bisogno di riconoscersi in una collettività familiare e di abbandonare un “non-luogo” come Londra (accenno ai non-luoghi qui) per un luogo. Sto imparando ad accettare queste identità molteplici e trovare la mia strada tra tradizione, paesaggi naturali, folklore e un bisogno di conoscenza e conoscenze, di internazionalità e globalità. Intanto, questa settimana so che mi godrò il cinema in piazza sullo sfondo di Palazzo Celestini illuminato di rosa (spero), la sigaretta delle 18 sotto casa, i tramonti a sorpresa tra alberi di ulivo e cavalli mentre corri al parco, pranzare, andare al mare il weekend con le persone a cui tengo di più. Sì lo so, la mia vacanza dovrà finire presto, ma almeno so che non avrò mai il rimpianto di non sapere com’è scegliere di vivere a San Severo. A volte una dose aliena di ottimismo mi invade facendomi pensare: “San Severo, sei la mia misura perfetta. Posso, in qualche modo, con le mie esperienze e desideri, contribuire alla tua crescita, e tu, puoi, in cambio, farmi crescere come vorrei?”

(Immagine in evidenza: un dipinto di Salvatore Luca Tota)


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